Attività sindacali | Previdenza e fisco
26/10/2026
La Fnp Cisl ha presentato nel corso dell’Esecutivo nazionale, a cui ha preso parte anche la segretaria generale della Cisl Daniela Fumarola, la sua “Agenda della dignità”, la piattaforma di proposte che la Federazione intende portare avanti, anche in vista della prossima Legge di Bilancio. Una piattaforma nata in perfetta corrispondenza con il Libro Verde della Cisl e le sue proposte per costruire un patto sociale. Quattro i grandi capitoli: pensioni, fisco, un nuovo patto per la cura, sistema sanitario e famiglie. Un’agenda che parte dai bisogni raccolti ogni giorno nei territori, e mette insieme la tutela delle persone anziane con quella delle famiglie e delle nuove generazioni. La Fnp Cisl Veneto ha deciso di accompagnare la comunicazione dell’Agenda della Dignità con degli approfondimenti calati nella nostra regione, per sottolineare quali sono le nostre specificità sulle quali lavorare anche territorialmente. In allegato a questo articolo il pieghevole della Fnp Cisl nazionale con illustrata nel l’Agenda della Dignità, e il volantino della Fnp Cisl Veneto che approfondisce il primo punto legato alle Pensioni.
Perché “Agenda della Dignità”
«Abbiamo chiamato questa piattaforma Agenda della dignità perché è dalla dignità delle persone che vogliamo partire», ha spiegato Roberto Pezzani, segretario generale Fnp Cisl nazionale, «parliamo di pensioni dignitose, del diritto a curarsi senza che il reddito faccia la differenza, del diritto di una persona non autosufficiente e della sua famiglia a non essere lasciati soli. Ma parliamo anche dei giovani e della pensione che avranno domani, delle donne, dei caregiver, delle famiglie. Non esistono generazioni da mettere una contro l’altra: esiste un Paese che dobbiamo riuscire a tenere insieme».
Pensioni: tutte le proposte dell’Agenda della Dignità
Sul fronte delle pensioni, la Fnp chiede di rendere la rivalutazione delle pensioni un principio stabile e definitivo del nostro ordinamento; detassare le tredicesime per pensionati e lavoratori; rafforzare la quattordicesima per i pensionati e ampliarne la platea. Alle giovani generazioni va garantita una pensione di garanzia, approfondendo anche la proposta del libretto pensione per i nuovi nati e sostenendo la Start Tax, cioè l’agevolazione dell’Irpef sui salari d’ingresso per i giovani, ma anche rilanciando la previdenza complementare, rendendola più accessibile.
Un atto di giustizia va fatto trovando una soluzione per le posizioni silenti. Va anche contrastato il divario pensionistico tra donne e uomini: una strada è anche riconoscere il lavoro di cura (caricato nella massima parte sulle spalle delle donne) attraverso adeguati meccanismi contributivi e percorsi che ne tengano conto nell’accesso alla pensione. In generale va distinto nettamente nel bilancio dell’Inps ciò che deriva dai contributi dei lavoratori da ciò che appartiene alle politiche assistenziali, per rendere più trasparente il dibattito sulla sostenibilità del sistema.
Perché rendere stabile la rivalutazione delle pensioni
Insistiamo nel chiedere un meccanismo stabile di rivalutazione delle pensioni (la perequazione), perché è ingiusto che esso sia sempre modificabile a ogni Legge di Bilancio, con una discrezionalità del Governo di turno basata sul tasso di inflazione e sulla disponibilità economica della Stato. Da quando la rivalutazione è agganciata all’inflazione, infatti, il sistema di perequazione delle pensioni è cambiato 15 volte in 30 anni, penalizzando sempre gli assegni “considerati” medio-alti, ma che con il carovita non lo sono affatto.
Le pensioni basse e medio-basse, infatti, in questi anni sono state tutelate avendo sempre avuto il tasso di rivalutazione applicato al 100%: l’impegno del sindacato ha portato ad ampliare dal 2022 questa fascia protetta da “fino a 3” a “fino a 4” volte il trattamento minimo, cioè oggi 2.447,40 euro lordi/mese. In Veneto il 72% dei pensionati ha la rivalutazione piena. Ma l’altro 28% negli anni ha perso migliaia di euro! Dal 2012 il “ceto medio” dei pensionati è stato particolarmente penalizzato, con il blocco totale della rivalutazione (2012-2013, Governo Monti) o con l’applicazione (2014- 2021 e 2023-2024) di un sistema peggiorativo che applicava il tasso in modo parziale e sull’intero importo della pensione. Con un montante contributivo “eroso” alla partenza, si sono generate progressivamente perdite nell’ordine di una intera annualità, non più recuperabili.
Il vero problema è il costo della vita che è aumentato rendendo inefficace la rivalutazione per chi se la vede riconosciuta piena, e con crescenti difficoltà per chi la vede applicata in modo parziale. Ricordiamo che negli ultimi 8 anni la perdita del potere d’acquisto è stata del 16%. Chi va in pensione deve essere certo di potersi mantenere: per questo chiediamo un sistema stabile di rivalutazione, senza soprese annuali che, in combinazione con altri interventi nel sistema previdenziale e fiscale, consenta a chi ha lavorato una vita di vivere con dignità gli anni di pensionamento.
Perché contrastare il divario pensionistico
Il dato nazionale dice che il 53% delle pensioni è inferiore a 1.000 euro al mese, e le donne percepiscono in media il 33% in meno degli uomini. Un problema di oggi che nasce da carriere interrotte, discontinue o a tempo parziale, quasi sempre per scelte legate al lavoro di cura. Un problema che, se non si supera il gender pay gap, riguarderà anche le nostre figlie e nipoti.
Qualche dato per orientamento. Oggi in Veneto il 57,9% delle pensionate e il 29% dei pensionati percepisce una pensione fino a 1.500 euro lordi/mese. Salendo nella fascia di reddito tra i 1.500 e i 2.500 lordi/mese le percentuali cambiano sensibilmente: troviamo il 29,9% delle pensionate e il 42,5% dei pensionati. Andando oltre i 2.500 euro lordi/mese (quindi oltre 4 volte l’attuale trattamento minimo) troviamo il 12,2% delle pensionate e il 28,5% dei pensionati.
Il futuro per le donne lavoratrici sarà altrettanto cupo se non si cambia decisamente rotta, lo dice anche l’ultimo Rendiconto di genere Inps: mediamente nel settore privato un uomo guadagna il 25,73% in più di una donna; nel settore pubblico il 20,5% in più.