Politiche di Genere
17/07/2026
L’analisi del Coordinamento regionale per le Politiche di genere della Fnp Cisl Veneto a partire dalla Costituzione e alla luce dell’ultimo Rendiconto di genere INPS/CIV
Quest'anno ricorre l’ottantesimo anniversario da quando le donne italiane votarono per la prima volta e da quando le nostre 21 Madri Costituenti entrarono nell'Assemblea per scrivere la Costituzione. Quelle donne immaginarono un’Italia dove la parità non fosse solo un principio scritto sulla carta, ma una realtà quotidiana. Oggi, il Rendiconto di Genere 2025, pubblicato dal Consiglio di Indirizzo e Vigilanza (CIV) dell'INPS, ci offre uno specchio della realtà e, purtroppo, quel disegno di dignità e uguaglianza sociale stenta ancora a realizzarsi pienamente. Viene spontanea una riflessione su cosa ci dicono i numeri dell'INPS e di come si scontrano con le promesse della nostra Costituzione.
Il mercato del lavoro e il "freno" alle donne
La Costituzione – Articolo 37: «La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore».
I dati INPS relativi al 2025 (come del resto quelli relativi al 2024 che avevamo analizzato nel dettaglio in questo approfondimento) ci dicono che siamo ancora drammaticamente lontani da questo traguardo. In Italia lavora solo il 53,3% delle donne tra i 15 e i 64 anni, contro il 71,1% degli uomini. Significa che quasi una donna su due è fuori dal mercato del lavoro ufficiale. Il divario peggiora nella fascia d'età centrale (35-49 anni), proprio gli anni in cui la gestione della famiglia si fa più pesante.
Le donne rappresentano, poi, ben il 67,2% di tutti i contratti a tempo parziale. Ma il dato più allarmante riguarda il part-time involontario (lavorare a orario ridotto non come scelta ma come unica alternativa per poter far fronte alle incombenze familiari): per le donne la percentuale (13,7%) è quasi il triplo rispetto agli uomini (4,6%). Le donne rimangono confinate nelle forme contrattuali più precarie e nei settori a bassa retribuzione (come il lavoro domestico e di cura).
Il divario salariale (gender pay gap)
La Costituzione – Articolo 3: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
La disparità nei portafogli è uno degli ostacoli più grandi alla libertà e all'autonomia delle donne. Il Rendiconto INPS evidenzia che il divario retributivo di genere rimane una ferita aperta. Le donne percepiscono, in media, stipendi inferiori di oltre 25 punti percentuali rispetto ai colleghi maschi. Poi, c’è il paradosso “più istruite, meno valorizzate”: anche quando le donne sono più istruite (rappresentano la maggioranza dei laureati), nei contratti a tempo indeterminato solo il 21,8% delle qualifiche dirigenziali è in mano alle donne, contro il 78,2% degli uomini. Meno carriere significa meno guadagni e, di conseguenza, meno contributi versati.
Lavoro di cura e crollo della natalità
La Costituzione – Articolo 31: «La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo».
Il Rendiconto INPS 2025 mette a nudo un cortocircuito sociale: l'Italia è un Paese a crescita zero, dove fare figli è diventato un rischio di impoverimento per le donne. Il primo fattore è che tutto è sulle spalle delle donne: lo squilibrio profondo nella ripartizione del lavoro di cura (accudire figli piccoli, gestire la casa, assistere i genitori anziani o non autosufficienti) ricade quasi interamente sulle spalle femminili. Senza un'adeguata rete di servizi pubblici (asili nido, tempo pieno a scuola, assistenza agli anziani), le donne si trovano davanti a un bivio: ridurre l'orario di lavoro o licenziarsi. Questa mancata condivisione della cura genera la denatalità che svuota le culle e mette in crisi il futuro del Paese.
Le pensioni: il conto finale si paga da anziane
La Costituzione – Articolo 38: «[…] I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia […]».
La pensione non è altro che lo "specchio" della vita lavorativa. Se la vita lavorativa di una donna è stata frammentata, precaria e sottopagata, la sua pensione sarà inevitabilmente povera. Il sindacato pensionati Fnp Cisl da tempo denuncia questo e altri problemi. Nel 2024, solo il 34,2% delle pensioni anticipate/di anzianità è stato liquidato a donne, contro il 65,8% andato agli uomini. Perché? Perché i requisiti contributivi richiesti per anticipare l'uscita (42 anni e 10 mesi per gli uomini e a 41 anni e 10 mesi per le donne) sono quasi impossibili da raggiungere per molte donne, a causa dei buchi contributivi dovuti a maternità e cura dei familiari. Le donne accedono quasi tutte alla pensione di vecchiaia d'ufficio (a 67 anni) o ai trattamenti assistenziali. Il risultato è che l'importo medio delle pensioni delle donne è nettamente inferiore a quello degli uomini, esponendo le nostre pensionate a un maggior rischio di povertà nella vecchiaia.
Senza il welfare garantito gratuitamente dalle donne, il Paese non regge
Se oggi l'Italia non crolla sotto il peso dell'invecchiamento della popolazione e delle carenze del welfare pubblico, è solo grazie al ruolo insostituibile delle donne. Le donne italiane – madri, lavoratrici, e soprattutto nonne e pensionate – svolgono una funzione di vero e proprio ammortizzatore sociale. Sono loro che colmano i vuoti dello Stato, curando i nipoti per permettere ai figli di lavorare, o assistendo i grandi anziani a casa. Questo impegno gratuito e non riconosciuto garantisce la tenuta sociale del Paese, ma ha un costo salatissimo: si traduce in rinunce professionali, minori tutele, a volte rinuncia a curarsi, stipendi più bassi e pensioni ridotte. Le donne donano benessere sociale oggi, pagando con la propria fragilità economica domani.
Gli obiettivi ancora da raggiungere
Ottant'anni fa, le Madri Costituenti non volevano un'Italia in cui le donne dovessero scegliere tra lavoro e famiglia, né un Paese in cui l'anzianità femminile fosse sinonimo di ristrettezza economica. Volevano un'Italia giusta.
I dati dell'INPS del 2025 ci dicono che quella visione è ancora un cantiere aperto. Il Coordinamento per le Politiche di genere della Fnp Cisl Veneto, ritiene questa sintesi non solo un elenco di numeri amari, ma una mappa di responsabilità nel difendere quei diritti conquistati con tanta fatica, farci carico delle problematiche, con l’obiettivo di creare quelle condizioni culturali che consentano di fatto:
- Una reale condivisione del lavoro di cura (congedi di paternità obbligatori e paritari).
- Servizi di welfare di prossimità (asili, sanità territoriale, assistenza agli anziani) affinché la cura non sia un carico privato e femminile.
- Il riconoscimento pieno della figura dei caregiver, indispensabile per garantire la sostenibilità futura del sistema di assistenza e il benessere sia delle persone non autosufficienti sia di chi se ne prende cura.
- Riconoscere il valore sociale della maternità e del lavoro di cura. Favorire l’accesso delle donne nel mondo del lavoro, la permanenza e la valorizzazione del loro apporto come spazio di realizzazione e di soddisfazione.
- Un cambio di rotta sulle politiche che tendono solo a cristallizzare la situazione lavorativa della donna attraverso misure “ex post” per tamponare i divari retributivi e i vuoti contributivi. È necessario intervenire sulle distorsioni prima che queste creino danni irreversibili.