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Decreto 'Salva Italia' e pensioni: più ombre che luci

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Decreto 'Salva Italia' e pensioni: più ombre che luci

 

Il sistema previdenziale dei lavoratori dipendenti, per effetto della riforma “Dini” del ’95, è in equilibrio finanziario: lo ha dichiarato a chiare lettere il Presidente dell’INPS Mastropasqua.
Perché allora ancora le mani sulle pensioni?
Capiamo la gravità della crisi che stiamo vivendo e siamo ben coscienti che a pagarne il prezzo più alto sono i redditi da lavoro e da pensione medio bassi, a rischio crescente di finire sotto la soglia di povertà.
E questo ci induce, come sempre, alla responsabilità e a renderci disponibili a fare fino in fondo la nostra parte.
Vorremmo però una inversione di tendenza rispetto alla logica di “far pagare i soliti noti”.
Inversione di tendenza, e non solo alcuni deboli interventi che hanno più valore simbolico che sostanziale.
Ci riferiamo ai timidi interventi sui grandi patrimoni e sui redditi alti, alle pur apprezzate iniziative di contrasto all’evasione fiscale, a tutte quelle misure che si colorano di equità sociale…
È in questo quadro che esprimiamo poche convergenze e molta contrarietà sugli interventi sul sistema previdenziale e sulle pensioni che il decreto “Salva Italia” ha introdotto.
Condividiamo, per il principio di equità che introduce e rafforza, il passaggio da subito per tutti, sia pure “pro rata”, cioè per il periodo che decorre dal primo gennaio 2012 in poi, del sistema contributivo del calcolo della pensione e l’innalzamento delle aliquote contributive per il lavoro autonomo, anche se manca l’indicazione finale dell’obiettivo di parità di contribuzione per tutti i fondi pensione.
Non possiamo però non sottolineare che si è ancora una volta voluto far cassa con interventi sulla previdenza.
Non condividiamo l’innalzamento dell’età pensionabile (da 62 a 66 anni da subito) per le donne in assenza del riconoscimento, ai fini pensionistici, del lavoro di cura che le donne svolgono e che crea loro dei vuoti contributivi.
Non condividiamo il blocco della rivalutazione delle pensioni per il 2012 e 2013 delle pensioni che superano i 1405,05 € mensili lordi.
Non condividiamo l’introduzione di penalizzazioni per chi, raggiunti i 41 anni e un mese donna, 42 anni e 1 mese, se uomo nel corso del 2012 (e 2 mesi nel 2013; e 3 mesi nel 2014), decide di andare in pensione non avendo compiuti i 62 anni di età.
La mancata “obbligatorietà” della previdenza integrativa.
La introduzione di un contributo di solidarietà che, per la % e la progressività che prevede, assume più un valore simbolico che non un intervento di equità ( pensiamo quanto più incide sulla capacità di spesa il blocco della rivalutazione su una pensione di 1500 € mese rispetto al % in meno sui 10.000€ per chi ha una pensione annua di 100.000 €).
Rimangono problemi sia sulle norme per il ricongiungimento dei contributi da fondi diversi, sia sulle pensioni di reversibilità.
Aumentano poi le nostre perplessità il fatto che il tutto poi e scollegato sia alla riforma fiscale che a interventi per favorire sviluppo e crescita, rinviati a una “fase 2”, in un contesto che vede seriamente compromessi i livelli di assistenza e sicurezza sociale, in particolare per le persone anziane e non autosufficienti, abbandonate per lo più alle famiglie di appartenenza, lasciate sole a farsi carico del lavoro di cura, e chiamate già a svolgere la funzione di “ammortizzatore sociale” nei confronti di figli e nipoti.
Riteniamo pertanto indispensabile una politica economica e sociale che superi le lobbies e tenda al bene comune, condizione indispensabile per realizzare rigore ed equità e dare speranza sul futuro del nostro Paese.

 

Segreteria Regionale FNP Veneto